Siamo state invitate come ospiti al Blogcast Sdc, dove abbiamo parlato di brand.

Tra una canzone e un’altra, ci sono stati chiesti i nostri brand dell’estate. Le marche che noi associamo alla bella stagione sono Sundek e Estathè.
E voi?
Le marche secondo Maria Laura e Veronica
Siamo state invitate come ospiti al Blogcast Sdc, dove abbiamo parlato di brand.

Tra una canzone e un’altra, ci sono stati chiesti i nostri brand dell’estate. Le marche che noi associamo alla bella stagione sono Sundek e Estathè.
E voi?
OnCommunity è il primo social network che nasce all’interno di Scienze della Comunicazione della Sapienza.
La prima esigenza che i ragazzi del gruppo ThinkCommunication hanno sentito progettando Oncommunity è stata quella di creare un logo.
Un segno grafico che renda riconoscibile il prodotto, in questo caso un social network, è il passo iniziale per la creazione di un brand.
Per il lancio della piattaforma non poteva mancare un evento che aggregasse anche offline i membri del network. Tra qualche ora parteciperemo in facoltà all’Oncommunity Day dove i creatori del network presenteranno tutto il progetto.
Vogliamo seguire da vicino la crescita di questo brand in erba, per questo abbiamo intervistato Luca di Bari che si è occupato della realizzazione grafica del logo.
Oggi abbiamo scelto di dedicare questo spazio ad un film di qualche anno fa, che ha due particolarità.
La prima è che non compare esplicitamente nessun brand, anche se la storia è costruita in modo tale che sia palese il riferimento al marchio più conosciuto per la categoria di prodotti coinvolta. La seconda è che l’influenza di questo film sulla reputazione di tale brand non è affatto positiva.
Stiamo parlando di Blood Diamond e di De Beers.
In realtà nella storia il nome non è mai citato ed è nascosto dietro lo pseudonimo Van de Kaap, ma chiunque guardi questo film non può che chiedersi se il cognome sia stato scelto a caso. Tanto che la De Beers stessa, in fase di lancio del film investì alcuni milioni di dollari in campagne pubblicitarie per contrastare l’effetto negativo che “Blood Diamond” avrebbe avuto sulle vendite.
Quello che ci ha sopreso è che basta una semplice ricerca in Internet per scovare numerosi documenti che legano De Beers ai diamanti insanguinati.
E ci chiediamo: questo film ha fatto veramente riflettere i consumatori sull’eticità e l’utilità di questo bene?
Raccogliamo da Ottavotasto la notizia di un nuovo esperimento sul brand in perfetto stile web 2.0.
Questa brevemente l’idea: chiedere a tutti gli utenti della rete la prima parola che associano ai brand proposti. Ci sembra l’ennesima dimostrazione del fatto che gli user generated content sono sempre più stimolanti e che la conversazione sulle marche può coinvolgere tutti noi.
Abbiamo sperimentato subito la trovata di Noah Brier, andando a vedere la nuvola dei tag associati al brand che pochi giorni fa aveva fatto discutere su questo blog: Nike.
Sono “child labor” e “just do it” le prime idee che vengono in mente ai frequentatori di Brand tags. Forse è proprio vero che aprire una conversazione con i propri consumatori sarebbe una buona idea per l’azienda!
Appoggiamo anche il suggerimento di Business&Blog: perchè non dedicare uno spazio equivalente anche ai brand italiani?
Il primo elemento per poter fare branding efficace è avere un buon prodotto. Poste Italiane non rispetta in pieno, secondo noi, questa regola di base.
Negli ultimi anni il lavoro di svecchiamento della propria immagine ha dato buoni frutti: oggi quest’azienda è riconoscibile e riconosciuta da tutti. Ma il punto critico resta un altro: quale sarà il futuro di Poste senza le poste?
È evidente il fatto che il core business si è spostato. Non sono più le spedizioni e le raccomandate a sostenere le attività di Poste, ma conti correnti, carte di credito &Co.
Immaginiamo quindi di dover spedire un pacco, in modo rapido e sicuro. Prima di andare alle Poste e affrontare code interminabili e la paura che la spedizione non vada a buon fine, pensiamo che molti di noi preferirebbero corrieri privati.
Però, se dovessimo aprire un conto senza troppe complicazioni, Poste sarebbe la scelta più immediata.
Come può allora quest’azienda togliere le associazioni negative al proprio brand che ancora oggi vengono in mente ai consumatori?
Ampliare la propria offerta,strategia che è stata seguita fino ad oggi, può essere sufficiente?
O tralasciare i servizi postali (esplicitati anche dal nome) può dissolvere il valore del brand?
Dopo un film appena uscito, questa settimana parliamo di un pilastro della storia del cinema.
Colazione da Tiffany è un caso emblematico di come un film possa contribuire alla notorietà di un brand e restare nella memoria co
llettiva anche a distanza di oltre quarant’anni.
Proviamo a capire perché.
La gioielleria è allo stesso tempo un luogo d’acquisto, l’emblema del lusso e della società benestante, ma anche un vero e proprio protagonista.
Il luogo d’acquisto parla del brand. Lo fa in modo chiaro e trasparente attraverso le vetrine che compaiono nella scena iniziale, in cui si percepisce subito l’esclusività dei gioielli esposti, illuminati e blindati come tesori di un museo.
Il brand a sua volta parla della società americana benestante. Questa si esprime attraverso il possesso di oggetti di lusso. Incarna le aspirazioni di tutti coloro che, come Holly, vorrebbero farne parte.
Il commesso di Tiffany che interagisce con i due protagonisti, rappresenta la personificazione del brand. La conversazione, forse anche eccessivamente cortese rispetto alla realtà, mostra quella brillantezza che caratterizza gli oggetti della gioielleria newyorkese.
Trasparente, esclusivo, lussuoso e brillante sono i valori di Tiffany, tanto che un remake odierno del film non potrebbe che mantenerli saldi, anche a distanza di molto tempo.
Gli avvenimenti degli ultimi giorni, ci hanno fatte riflettere su come ascoltare il cliente possa far bene all’azienda e anche al brand.
Ho raccontato a Veronica di quella volta in cui, invitata a cena da amici, la padrona di casa e noi tutti rimanemmo sconvolti nel trovare un pezzo di plastica di dubbia provenienza nella confezione di un prodotto alimentare. Il giorno seguente, la sfortunata cliente mia amica andò a protestare direttamente nel punto vendita della sua città della principale catena distributiva italiana. Tempo pochi giorni venne contattata dal responsabile di filera che si era occupato personalmente del caso. Risultati: l’azienda che produceva quell’alimento per la catena distributiva non faceva più parte dei suoi fornitori.
Che fosse vero oppure no, la mia amica sentì comunque che era stata fatta giustizia per la sua cena rovinata ma soprattutto che la catena distributiva era stata dalla sua parte.

Abbiamo deciso di raccontare questo episodio perché vogliamo esprimere solidarietà a Sergio Sarnari, di cui abbiamo appreso la vicenda un po’ in ritardo, in quanto neo blogger.
Dedichiamo questo post a Gaspar Torriero, nostro fellow nell’avventura di Bloglab.
Quando Gaspar ha parlato di noi qui siamo rimaste a bocca aperta e abbiamo avuto bisogno di un po’ di tempo per pensare a come rispondere a chi ha un’opinione così diversa dalla nostra.
Questo video, che rappresenta l’avventura di un calciatore che arriva a giocare ad alti livelli, citato anche da Spotanatomy, ci ha “dato il via”.
Caro Gaspar,
Nike non può essere considerata solo un accento su una scatola di scarpe perché Nike parla (sì, proprio come fosse una persona!) a tutti coloro che amano lo sport e vogliono sentirsi ogni giorno grandi atleti. La storia che questo brand racconta non è la vicenda di un’azienda americana che fa scarpe ma quella di ciascuno di noi che, fin da piccolo, sogna di diventare calciatore, cestista, pallavolista, ballerina ad alti livelli.
Per questo Nike non ti dice “compra le mie scarpe perché sono migliori” ma va oltre e ti spinge a fare sport perché se hai un corpo sei un atleta. Quindi Just do it! Dove, fallo e basta vuol dire: mettiti in gioco e dai il massimo perché così realizzerai i tuoi sogni.
Esattamente un anno fa, durante il corso del Prof. Marco Stancati, abbiamo assistito alla presentazione di una strategia di marketing inedita: quella di Fiat 500. Stefano Stravato e Stefano Casanova raccontarono a noi studenti della Sapienza la costruzione di un brand e di un prodotto attraverso la piattaforma 500 wants
you.
A un passo dal primo compleanno dell’auto, abbiamo cercato di capire dove sia la vera forza di questa esperienza: secondo noi il legame tra la 500 e il suo pubblico ricalca quello tra genitore e figlio. Questo la differenzia dagli altri esempi di buon utilizzo del Web 2.0 da parte di aziende (come Ducati e Mini) che legano prodotti e consumatori con un rapporto di “fidanzamento”.
Gli iscritti a 500 wants you, ad oggi oltre 120 000, sono stati coinvolti nella creazione del prodotto tanto da
percepirlo come un figlio: hanno potuto trasferire alla 500 parte della loro personalità e delle loro caratteristiche. Tutto questo aiutato dal linguaggio utilizzato dagli autori della campagna: l’ecografia e i nove mesi di gestazione hanno rafforzato l’idea dell’attesa della propria “bambina”.
Il successo dell’iniziativa è evidente, tanto che oggi Fiat può tornare a parlare delle performance del suo prodotto e non solo dei suoi valori, con la nuova campagna di spot televisivi “Ogni Fiat è 500% Fiat”.
Ci sembra anche un modo di riallacciare i legami tra 500 e le altre auto della casa torinese, proprio per evitare una problematica che potrebbe presentarsi nel lungo periodo. Quale potrebbe essere la reazione di questi consumatori così coinvolti nell’esperienza attuale del brand 500, di fronte a nuovi modelli o al cambio della propria vettura? Sostituiranno la loro “bambina” con un’altra Fiat, o cercheranno altrove una nuova relazione forte?
La storia delle quattro ragazze di Sex and the City è raccontata attraverso i brand.
Questo è vero per le sei serie televisive ed è ancora più evidente nel film uscito lo scorso weekend. Ma se Chanel, Gucci, Louis Vuitton e gli altri vengono soltanto citati, uno può essere considerato il quinto protagonista della narrazione.
Manolo Blahnik, e non poteva essere altrimenti, brand cresciuto con la serie e diventato quasi un modo di dire per indicare “scarpe tacco 12″, diventa l’oggetto magico della fiaba di Carrie e Mr Big, sostituendo il classico ed eterno diamante di fidanzamento.
Manolo Blahnik incarna l’amore per la moda che milioni di ragazze in tutto il mondo hanno visto rappresentato sullo schermo dalle quattro amiche newyorkesi.
Manolo Blahnik esprime un parallelismo semplice e allo stesso tempo spiazzante: l’amore eterno è l’amore per la moda e quello per il proprio partner è messo in secondo piano.
Per questo un paio di Manolo’s blu ricoperte di brillanti are a girl’s bestfriend!