Archivio per giugno 2008

Blogcast Sdc e i “brand estivi”

Siamo state invitate come ospiti al Blogcast Sdc, dove abbiamo parlato di brand.

Blogcast sdc

Tra una canzone e un’altra, ci sono stati chiesti i nostri brand dell’estate. Le marche che noi associamo alla bella stagione sono Sundek e Estathè.

E voi?

Non è sempre puro quel che luccica…

Oggi abbiamo scelto di dedicare questo spazio ad un film di qualche anno fa, che ha due particolarità.

La prima è che non compare esplicitamente nessun brand, anche se la storia è costruita in modo tale che sia palese il riferimento al marchio più conosciuto per la categoria di prodotti coinvolta. La seconda è che l’influenza di questo film sulla reputazione di tale brand non è affatto positiva.

Stiamo parlando di Blood Diamond e di De Beers.

In realtà nella storia il nome non è mai citato ed è nascosto dietro lo pseudonimo Van de Kaap, ma chiunque guardi questo film non può che chiedersi se il cognome sia stato scelto a caso. Tanto che la De Beers stessa, in fase di lancio del film investì alcuni milioni di dollari in campagne pubblicitarie per contrastare l’effetto negativo che “Blood Diamond” avrebbe avuto sulle vendite.

Quello che ci ha sopreso è che basta una semplice ricerca in Internet per scovare numerosi documenti che legano De Beers ai diamanti insanguinati.

E ci chiediamo: questo film ha fatto veramente riflettere i consumatori sull’eticità e l’utilità di questo bene?

Brand 2.0: la voce dei consumatori

Raccogliamo da Ottavotasto la notizia di un nuovo esperimento sul brand in perfetto stile web 2.0.

Questa brevemente l’idea: chiedere a tutti gli utenti della rete la prima parola che associano ai brand proposti. Ci sembra l’ennesima dimostrazione del fatto che gli user generated content sono sempre più stimolanti e che la conversazione sulle marche può coinvolgere tutti noi.

Abbiamo sperimentato subito la trovata di Noah Brier, andando a vedere la nuvola dei tag associati al brand che pochi giorni fa aveva fatto discutere su questo blog: Nike.
Sono “child labor” e “just do it” le prime idee che vengono in mente ai frequentatori di Brand tags. Forse è proprio vero che aprire una conversazione con i propri consumatori sarebbe una buona idea per l’azienda!

Appoggiamo anche il suggerimento di Business&Blog: perchè non dedicare uno spazio equivalente anche ai brand italiani?

Poste Italiane “senza posta”. Fare brand senza prodotto.

Il primo elemento per poter fare branding efficace è avere un buon prodotto. Poste Italiane non rispetta in pieno, secondo noi, questa regola di base.

Negli ultimi anni il lavoro di svecchiamento della propria immagine ha dato buoni frutti: oggi quest’azienda è riconoscibile e riconosciuta da tutti. Ma il punto critico resta un altro: quale sarà il futuro di Poste senza le poste?

È evidente il fatto che il core business si è spostato. Non sono più le spedizioni e le raccomandate a sostenere le attività di Poste, ma conti correnti, carte di credito &Co.

Immaginiamo quindi di dover spedire un pacco, in modo rapido e sicuro. Prima di andare alle Poste e affrontare code interminabili e la paura che la spedizione non vada a buon fine, pensiamo che molti di noi preferirebbero corrieri privati.
Però, se dovessimo aprire un conto senza troppe complicazioni, Poste sarebbe la scelta più immediata.

Come può allora quest’azienda togliere le associazioni negative al proprio brand che ancora oggi vengono in mente ai consumatori?

Ampliare la propria offerta,strategia che è stata seguita fino ad oggi, può essere sufficiente?

O tralasciare i servizi postali (esplicitati anche dal nome) può dissolvere il valore del brand?

Lusso a colazione. Tiffany dopo quarant’anni

Dopo un film appena uscito, questa settimana parliamo di un pilastro della storia del cinema.
Colazione da Tiffany è un caso emblematico di come un film possa contribuire alla notorietà di un brand e restare nella memoria collettiva anche a distanza di oltre quarant’anni.

Proviamo a capire perché.
La gioielleria è allo stesso tempo un luogo d’acquisto, l’emblema del lusso e della società benestante, ma anche un vero e proprio protagonista.

Il luogo d’acquisto parla del brand. Lo fa in modo chiaro e trasparente attraverso le vetrine che compaiono nella scena iniziale, in cui si percepisce subito l’esclusività dei gioielli esposti, illuminati e blindati come tesori di un museo.

Tiffany New York

Il brand a sua volta parla della società americana benestante. Questa si esprime attraverso il possesso di oggetti di lusso. Incarna le aspirazioni di tutti coloro che, come Holly, vorrebbero farne parte.

Il commesso di Tiffany che interagisce con i due protagonisti, rappresenta la personificazione del brand. La conversazione, forse anche eccessivamente cortese rispetto alla realtà, mostra quella brillantezza che caratterizza gli oggetti della gioielleria newyorkese.
Trasparente, esclusivo, lussuoso e brillante sono i valori di Tiffany, tanto che un remake odierno del film non potrebbe che mantenerli saldi, anche a distanza di molto tempo.

Solidarietà da “brand-blogger”

Gli avvenimenti degli ultimi giorni, ci hanno fatte riflettere su come ascoltare il cliente possa far bene all’azienda e anche al brand.

Ho raccontato a Veronica di quella volta in cui, invitata a cena da amici, la padrona di casa e noi tutti rimanemmo sconvolti nel trovare un pezzo di plastica di dubbia provenienza nella confezione di un prodotto alimentare. Il giorno seguente, la sfortunata cliente mia amica andò a protestare direttamente nel punto vendita della sua città della principale catena distributiva italiana. Tempo pochi giorni venne contattata dal responsabile di filera che si era occupato personalmente del caso. Risultati: l’azienda che produceva quell’alimento per la catena distributiva non faceva più parte dei suoi fornitori.
Che fosse vero oppure no, la mia amica sentì comunque che era stata fatta giustizia per la sua cena rovinata ma soprattutto che la catena distributiva era stata dalla sua parte.


Abbiamo deciso di raccontare questo episodio perché vogliamo esprimere solidarietà a Sergio Sarnari, di cui abbiamo appreso la vicenda un po’ in ritardo, in quanto neo blogger.


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