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Cosa NON fare col Web 2.0: un esempio pratico.

Giusto pochi giorni fa, forti delle dichiarazioni di un’azienda come Unilver, ci immaginavamo un futuro roseo, in cui le aziende, pronte e capaci a conversare e creare relazioni con i propri consumatori, usavano in modo appropriato gli strumenti del web 2.0.

Oggi siamo costrette a tornare alla cruda realtà con questo “commento” di Opera Divani che arriva sul nostro blog. Non abbiamo filtri per i commenti, ma non appena abbiamo visto quello in questione, la prima tentazione è stata di depennarlo.

Meglio lasciarlo invece, perché forse un’azione è meglio di 1000 parole e il commento in questione è proprio l’esempio chiaro di quello che un’azienda NON DEVE FARE.
Quali obiettivi può avere il marketing di un’impresa che mette in campo un’azione del genere? Visite sul proprio sito? E poi, cosa rimane? Con chi si crea una relazione?

Essere sul web è importante, ma bisogna farlo in modo consapevole e competente. In una conversazione dal vivo non si interviene senza avere niente da dire ed anche in rete è meglio stare in silenzio, piuttosto che “parlare per dare aria alla bocca” (come si dice dalle nostre parti).

La realtà è che c’è ancora da lavorare. E molto.

Il paradigma Unilever 2.0

Per chi si occupa di brand il nome di Unilever è sempre sinonimo di quel gruppo di pochi che hanno inventato la storia della gestione della marca.

Logo Unilever

Sapere che questa azienda la pensa così, ci fa ben sperare per il futuro del rapporto tra impresa e consumatore, tra brand e web 2.0.
C’è voluto del tempo perché la cultura di marca “storica” di Unilever diventasse condivisa e ispirasse il mondo imprenditoriale. Probabilmente ci sarà da aspettare ancora un po’ prima che tutte le altre aziende facciano propri i principi della co-creazione, dell’ascolto, ma soprattutto della trasparenza.

In questo però la rete ci viene incontro: è dinamica e veloce e magari in meno tempo di quanto ci aspettiamo le imprese saranno in rete in maniera consapevole e competente. Magari!

User engagement cercasi.

Gli spunti che ci arrivano sul legame tra i brand ed il web 2.0 sono sempre più numerosi: post sui blog, convegni, report, etc… cercano di definire le regole per fare branding online.
Il fatto che sempre più aziende siano interessate all’utilizzo del web 2.0 è un passo avanti; anzi, quelle che non lo fanno perdono un’occasione importante per sperimentare quel coinvolgimento dei consumatori che sarà un elemento fondamentale per la brand equity nel futuro.

Però, se è vero che non esistono regole univoche e bisogna “provare per imparare“; è vero anche che una regola di base c’è: non solo ascoltare, ma anche essere preparati a rispondere e a “creare” qualcosa con i consumatori, sia esso un prodotto o semplicemente un dialogo.

Ma se avere le istruzioni per l’uso è importante, qui trovate qualche consiglio interessante.

Nonostante tutto, un Mulino intelligente.

Dopo poco più di un mese dal lancio, ci sentiamo di dire che il blog del Mulino Bianco potrebbe essere migliorato:  post troppo lunghi, linguaggio un po’ “artefatto”; ma c’è tempo.

Se però si guarda a tutta la piattaforma (soprattutto la sezione con le idee da votare) come un’iniziativa dell’azienda che vuole mettere a disposizione dei suoi fan/consumatori uno spazio per raccogliere idee, invece di disperderle nei tanti gruppi di Facebook, video delle campagne più belle su Youtube, etc. si vede che è un esempio intelligente di utilizzo della rete per creare relazioni.

Sicuramente meglio di “aggiungi Mulino agli amici” su facebook: non si può proprio sentire!

Are you ready?

Ieri ci è capitato per le mani questo video, un po’ lungo, ma divertente!

Inoltre, in questi giorni abbiamo potuto parlare del concetto di user engagement all’interno di un’azienda e, nonostante la curiosità, i nostri interlocutori continuavano a chiedersi perché un’impresa dovrebbe mettersi in rete e creare relazioni (vere!) con i propri clienti.

Per noi è chiaro, ma ci siamo chieste: in Italia, brand e imprese (tolte alcune eccezioni) sono veramente pronti per il web 2.0?

Di ritorno dagli Usa: una riflessione su Abercrombie

Di ritorno dagli Stati Uniti apprendiamo qui che l’apertura del nuovo store Abercrombie&Fitch a Milano è posticipata a novembre. È un peccato, perché speravamo di ritrovare lì un “pezzo” d’America.
Nel punto vendita sulla 5th Avenue, però, abbiamo avuto il tempo di fare alcune riflessioni su questo brand.

La marca si dichiara come l’incarnazione dell’ “all american lifestyle” e quello che ci è piaciuto di più è stato vedere come l’azienda parli ai propri clienti con tutti gli strumenti che ha a disposizione, compreso lo stesso negozio.

abercrombie-storeL’arredamento in legno e le luci soffuse ricordano i saloon dei film western, i commessi e le commesse sembrano usciti da un college americano (tipo telefilm, per intendersi) e gli ultimi successi musicali americani vengono trasmessi a tutto volume. Tutto perfettamente americano, quindi.

Ma all’interno ci siamo rese conto che più della metà dei clienti erano turisti e quindi ci siamo chieste: non è che nell’America dalle mille razze, la “marca dell’americano perfetto” interessi soltanto chi viene da un altro Paese? E quindi, cosa succederà all’atmosfera e all’immagine del brand nel punto vendita di Milano?

Coop: prodotti di marca o solo prodotti a marchio?

I mesi di assenza dalla rete sono dovuti all’argomento del titolo: non abbiamo trovato lavoro a Coop, ma ci abbiamo trovato una tematica interessante sulla quale scrivere le nostre tesi.

Il punto di partenza è stata una considerazione: le insegne distributive, Coop nello specifico, oggi son

o dei brand a tutti gli effetti. Se come fornitrice di un servizio, ovvero il poterci far fare comodamente la spesa, Coop è una marca riconosciuta e forte, ci siamo chieste se lo stesso si può dire della sua attività come produttore. La riconoscibilità dei punti vendita Coop, vale anche per i prodotti a marchio?

Coop

Noi (ed i consumatori Coop che abbiamo intervistato) abbiamo concluso che la situazione non è la stessa per tutti i prodotti: per alcuni (pasta, biscotti,..) il discorso è valido, per altri invece (lo shampoo, ad esempio) diventa molto più complesso.

La Marca è ancora un forte segno di specializzazione ed i consumatori non sono sempre pronti ad accettare un soggetto generalista per soddisfare tutti i loro bisogni.
Come a dire che su un pacco di pasta funziona Barilla, ma anche Coop; per uno shampoo è ancora presto per fare lo stesso discorso.


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